IL VESUVIO: UNA STORIA DI FUOCO
IL VESUVIO: UNA STORIA DI FUOCO
Scritto da dott. Alessandro Imperatrice
| Indice |
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| IL VESUVIO: UNA STORIA DI FUOCO |
| 79 d.c. |
| Attività erittiva dopo il 79 |
| negli anni '600 |
| nel '700 |
| nel '800 |
| nel '900 |
| Nel 1944 |
| Tutte le pagine |
Poche persone conoscono quale sia la reale storia delle eruzioni che hanno interessato il Vesuvio nel corso dei secoli; molti credono che siano avvenute solo poche eruzioni o addirittura conoscono solo quella che ha distrutto Pompei ed Ercolano, senza sapere neanche l’anno. Solo i più esperti sanno che il Vesuvio è stato il protagonista di innumerevoli spettacoli pirotecnici, che non sempre lo spettatore ha gradito, ma che, nella maggior parte dei casi, ha lasciato solo il ricordo di quanto rappresentato, o addirittura ha inghiottito il pubblico facendolo diventare parte dello spettacolo stesso.
Questo articolo non ha l’intento di spaventare il lettore, ma solo testimoniare e ricordare che quella montagna che noi ammiriamo ogni mattina e che fa parte della nostra realtà quotidiana, è un vulcano attivo, che potrebbe risvegliarsi.79 d. C.
La più antica eruzione di cui si hanno testimonianze è quella del 79 d. c.. L’eruzione fu preceduta da un violento terremoto che si sarebbe verificato il 5 febbraio del 63 d. c.
L’eruzione cominciò il 24 agosto dell’anno 79. La scoperta di olive fresche nelle case di Pompei farebbe propendere per il 24 ottobre.
(a) Durante il lungo periodo di quiescenza del vulcano, nel magma andava aumentando sia la viscosità sia il contenuto in gas per la differenziazione prodotta dal lento e progressivo raffreddamento.
Il contatto tra il magma (contenuto nella camera magmatica situata a 2-5 km di profondità nelle rocce carbonatiche) e l'acqua di falda, di origine meteorica presente nei calcari, era impedito da una spessa crosta impermeabile di magma solidificato. Quando la pressione dei gas nell'interno della camera superò il carico delle rocce sovrastanti iniziò l'eruzione.
Intanto, l'improvvisa diminuzione di pressione, per l'apertura del condotto, determinò l'espansione dei gas contenuti nella massa vischiosa producendo violentissime esplosioni. Si formò cosí il pino vulcanico (colonna eruttiva pliniana); la violenza delle esplosioni spaccò e frantumò la crosta impermeabile nell'interno della camera magmatica, ma ugualmente l'acqua di falda di origine meteorica contenuta e circolante nei calcari non poteva penetrare in essa perché impedita dall'enorme pressione dei gas ancora presenti nella camera magmatica.
La prima fase dell'eruzione terminò quando si esaurí la spinta del gas accumulati nel magma che aveva portato ad oltre 17 km di altezza ceneri, pomici, blocchi solidi e scorie frammisti a gas; questo materiale non piú sostenuto dalla violenza dei gas cominciò a ricadere e seppellì quasi del tutto Pompei in poche ore, mentre colate di cenere piú sottile e acqua devastarono Ercolano e altri centri alle falde del Vesuvio.
(b) Segui una forte riduzione di attività alla bocca del vulcano, in seguito a svuotamento della parte piú alta della camera magmatica.
Molti abitanti dì Pompeì, forse anche ladri, cessata l'eruzione, ritornarono nella città ormai quasi sepolta. Intanto l'acqua di falda che circolava in profondità nei calcari, fluì nella camera magmatica per una decina di ore, durante le quali sembrò che l'eruzione fosse finita. (c) La fase terminale fu dominata dal contatto dell'acqua filtrata con il magma nella camera parzialmente svuotata; si ebbe una ripresa violentissima dell'eruzione (ore 6 del 25 agosto). Nella camera si produsse un fortissimo aumento di pressione; il vulcano si gonfiò, si innalzò. La linea di costa arretrò lungo tutto il Golfo. Una nuova nube violentissima costituita non solamente da magma, ma dominata da un processo freato-magmatico, venne lanciata dal vulcano.
Esplosioni di vapore surriscaldato produssero i catastrofici surges piroclastici, cioè esplosioni superficiali di vapore surriscaldato e ad alta energia, che determinarono una nube di gas e cenere a forma di anello intorno al centro dell'esplosione. L'anello si allargò orizzontalmente con la velocità distruttiva di un uragano, scendendo lungo il pendio del Vesuvio e investendo e distruggendo in pochi minuti tutto quello che esisteva lungo il percorso.
I pompeiani e gli animali che non fuggirono persero la vita per soffocamento, dovuto alle alte temperature di queste nubi di vapore d'acqua surriscaldato misto a piroclastiti e ad altre esalazioni tossiche.
In meno di ventiquattro ore l'eruzione terminò dopo aver completamente distrutto la città e sconvolta interamente una campagna fertilissima, che, dove, non fu coperta dal manto di cenere, fu bruciata dalle piogge fortemente acide.
Attività eruttiva dopo il 79
L'attività vesuviana fra il 79 e il 1631 è poco conosciuta, in quanto si hanno scarse e non sempre attendibili notizie; si ritiene che sia stata caratterizzata da eruzioni prevalentemente esplosive, anche se non sono mancate quelle effusive, separate da lunghi, talvolta secolari, intervalli di inattività.
Memorabili eruzioni furono quella del 203, esplosiva e con boati uditi fino a Capua, e quelle del 472 e del 512 che furono precedute da forti terremoti e caratterizzate dal lancio di giganteschi massi incandescenti, di ceneri, che arrivarono fino a Costantinopoli, e da efflussi lavici. Una fra le piú documentate eruzionì fu quella del 685: si ebbero, terremoti, emissioni di ceneri devastatrici ed efflusso lavico che giunse fino al mare. Una delle piú tipiche fu quella del 787: si formò il caratteristico pino di vapori e scorie incandescenti e la lava discese fino a 6 miglia dal cratere, provocando notevoli distruzioni.
Dai documenti che attestano le eruzioni del X e dell'XI secolo non si ricavano informazioni dettagliate sull'entità e sulla tipicità dei fenomeni. Molti particolari, invece, si hanno sulla spaventosa eruzione del 20 maggio: il Vesuvio eruttò lava per otto giorni e poi, per trenta giorni, ceneri di colore rosso che arrivarono a Salerno, Capua e Napoli. Arcangelo Scacchi suppose che in tale occasione si aprirono le bocche eccentriche denominate Viulo e Fosso della Monaca, ma non vi è alcun documento che attesti tale ipotesi.
Scarse notizie si hanno sull'attività del Vesuvio successiva al 1139. Probabilmente il vulcano attraversò prima una fase stromboliana per poi entrare in completo riposo, durante il quale la montagna fu coltivata fin quasi alla sommità del cono e le pareti interne del cratere si rivestirono di querce, lecci, olmi ed altre piante.
1631
Dopo 130 anni di calma, durante i quali la vegetazione aveva ricoperto il vulcano fino alla sommità e numerose abitazioni erano state costruite fin nell'Atrio del Cavallo dove l'uomo aveva addirittura impiantato delle coltivazioni, il Vesuvio si risvegliò. Tra luglio e dicembre del 1631 i terremoti sconvolsero il vulcano. Nel dicembre l'acqua mancò nei pozzi, gli animali domestici urlavano nella notte. Il 16 dicembre, al mattino, dei contadini videro una nuvola strana attraversare l'estremità del cratere.
Bruscamente delle forti esplosioni lanciarono lembi di lava fusa e delle nuvole di cenere assunsero la forma di un enorme pino ad ombrello al di sopra del vulcano. Intorno al vulcano, diventato incandescente, l'aria divenne buia. Verso le 11 del mattino alcune spaccature si aprirono alla base Nord del Gran Cono, da cui fuoriuscirono, lave che invasero l'Atrio del Cavallo.
Cominciarono a diffondersi folate di gas tossici; 40.000 abitanti presi dal panico cercarono rifugio a Napoli. Nella notte dal 16 al 17 dicembre delle forti scosse misero le abitazioni in pericolo. L'indomani mattina alle 7, la sommità del vulcano fu decapitata da una formidabile esplosione. Dei blocchi giganteschi furono proiettati a parecchie decine di metri di altezza. Alle 9, una colata di fango impressionante discese sul lato Ovest del Vesuvio; essa distrusse molti villaggi e raggiunse il mare. Nello stesso momento un forte terremoto produsse la nascita di tre profonde fessure. Alle 10 e alle 11, delle colate di lava sgorgarono da due fessure radiali sul fianco Ovest e Sud-Ovest del vulcano, e avanzarono con una velocità di tre km all'ora; molto velocemente Portici e Ercolano furono seppellite; la medesima sorte toccò a la Scala e alla parte Ovest di Torre del Greco. Una colata proveniente da Sud-Ovest si divise in due e inghiottí la zona tra Camaldoli della Torre e Torre Annunziata per arrestarsi nel mare.
Una ricchezza in acqua della nube eruttiva darebbe inoltre la spiegazione delle più copiose precipitazioni acquee che caddero, mentre imperversava un temporale vulcanico, sul versante settentrionale del monte. Esse dettero luogo alla formazione di diversi enormi torrenti che si spinsero fino ad oltre 10 km dal monte.
A mezzogiorno, a Napoli sembrò notte tanta fu la quantità di cenere presente nell'aria.
I1 18 dicembre, le esplosioni e le effusioni laviche si arrestarono. Quando la nube di ceneri e di vapore si dissipò, gli abitanti constatarono che il Vesuvio era piú basso di 168 m. L'attività continuò fino ai primi giorni del 1632 con alcune piccole scosse di terremoto e sbuffi di cenere.
L'eruzione provocò la morte di 4.000 persone e di 6.000 animali domestici. Boscotrecase, Torre Annunziata, Torre del Greco, Ercolano e Portici furono distrutte o danneggiate dalle lave.
L'accumulo di cenere causò crolli a S. Anastasia, Somma e Ottaviano. Le colate di fango inghiottirono, piú o meno, Massa, Pollena, Ottaviano e qualche altro paesino. A Napoli, lo strato di cenere raggiunse i 30 cm di spessore. Le ceneri piú sottili arrivarono fino a Istanbul. Il cratere aveva una circonferenza minore di 2.000 metri, e un’altezza massima di circa 60 metri superiore al punto più alto del Somma; dopo l’eruzione la circonferenza craterica era circa 5.000 metri e la punta più alta era oltre 100 m. al di sotto della cima del Somma. Il cratere aveva subito una decapitazione di oltre 160 metri. La sommità del cratere raggiunse un diametro di 1.600 m (prima aveva un diametro di 600 m). La vegetazione intorno al vulcano scomparve. La topografia tra Napoli e Castellammare subí grandi cambiamenti.
Dopo un riposo durato quattro anni, sgorghi di lava edificarono un cono di scorie nel cratere (sonetto).
I paesi danneggiati dalle acque in conseguenza dell'eruzione furono esentati dal pagamento dei dazi fiscali.
1660
La vivace attività esplosiva ebbe inizio il 3 luglio, dando luogo alla
formazione di una colonna delle masse via via proiettate raggiungente un'altezza di circa 4 Km. All'esterno si resero visibili solo le < ceneri nere », quelle ottenute solo per disfacimento delle masse crollate. Subito dopo vi furono vivaci proiezioni di prodotti incandescenti che « con fumo e ceneri » erano spinti a considerevole altezza . Per azione di venti superiori occidentali si ebbero cadute di cenere fin oltre la costa pugliese adriatica tra Barletta e Monopoli. La cessazione della vivace attività esplosiva coincise con un'ostruzione del condotto. Potrebbe pertanto ritenersi che dopo un tale evento si sia avuta una lunga fase di alternanza tra riaperture seguite ancora da nuove ostruzioni fino a che per il progressivo esaurimento dell'energia 1'ostruzione sarebbe diventata persistente.
1680
manifestazione esplosiva a materiale incandescente abbastanza intensa con prodotti che caddero su Somma e Ottaviano
1682
caratterizzata da efflussi intracraterici e da poderosi lanci di massi e cenere. Il cono cresce di circa 80 metri.
1694
dal 6 aprile al 30 maggio; per la prima volta dopo il 1631 la lava si riversò all’esterno. Si formarono due colate di lava che si diressero verso San Giorgio ad ovest e Boscotrecase a sud. Si tenta di deviare la colata di lava costruendo sbarramenti lungo il suo percorso.
1695
franamento alla cima del vulcano con sollevamento di una nube cinerea diretta verso Resina e con caduta di ceneri.
1697-98
lanci di scarsi e minuti prodotti incandescenti alla bocca centrale.
1701
L’evento fu annunciato da un forte scoppio il 1 luglio; subito dopo l’apertura della bocca terminale seguiva, in successione quasi immediata, la formazione di una bocca effusiva al piede orientale del conetto. Da tale bocca ebbe origine un copioso effuso lavico che si riversò lungo le pareti del Gran Cono per suddividersi poi alla base in due rami, uno diretto verso i cognolo di Ottavini e l’altro a Bosco. Il giorno 15 termina l’attività. Una ripresa terminale si sarebbe avuta il 12 febbraio 1703
1707
durante il mattino del 28 luglio 1707 incominciò a notarsi una graduale ma rapida ripresa nell’attività con lanci di prodotti incandescenti. Nella giornata del 2 agosto, fin dal mattino, la nube eruttiva piegò verso Napoli e vi cadde tanta cenere che alle 3 pomeridiane fu necessario accendere i lumi per strada.
1714
Il 6 gennaio del 1714 ripresero prima le emissioni di solo fumo e nella giornata stessa esse furono accompagnate da lanci piuttosto scarsi di materiale incandescente. L’attività esplosiva tendeva ad una progressiva intensificazione. Nei giorni 8 e 9 si intercalarono tra i lanci anche scoppi intermittenti. A circa mezzanotte del 9 gli scoppi furono “strepitosissimi” ed accompagnarono una continua e molto copiosa proiezione di lapilli, scorie e frammenti lavici.
Il fenomeno ebbe la durata di un'ora. In seguito si notò una rapida riduzione nella vivacità, in modo che al mattino del 10 dalla bocca terminale non veniva emesso neanche fumo, forse per ostruzione della bocca.
Una ripresa dell'attività si ebbe tra le prime ore del mattino del giorno 11 ed il giorno 15 con scoppi anche molto forti e con proiezioni di materiale incandescente relativamente scarso. Successivamente e per alcuni giorni vi furono emisssioni di cenere nere. La stabilitasi calma fu ancora interrotta dalla ripresa di attività terminale del 15 giugno 1714. Essa consistette in debolissime, quasi continue, emissioni di scarso e minuto materiale delle masse magmatiche nel condotto, l'attività si andava lentamente intensificando. Con l'avvicinamento però della colonna alla bocca, le emissioni si andarono convertendo in espulsioni sempre piú copiose ed accompagnate da scoppi. Il flusso lavico si suddivise in due rami. Uno seguí un percorso verso la zona di Torre del Greco, ma esso, dopo aver raggiunto il piano del monte ed invaso terreni coltivati, presto si fermò. L'altro ramo si diresse verso i territori di Torre Annunziata e di Bosco e riuscì a spingersi entro le zone coltivate, limitrofe ai centri abitati.
1737
Nei primi mesi dell'anno vi fu una continua intensificazione dell'attività esplosiva del Vesuvio. Alla fine di aprile si aggiunsero anche proiezioni di materiale incandescente. A metà maggio l'aumento fu ancora maggiore. Nella notte sul 16 maggio 1737 si ebbe « dalla cuna » l'emissione di un efflusso lavico che si diresse verso Bosco.
Nei giorni successivi l'attività esplosiva continuò molto vivace e ancor piú la domenica 19 maggio.
Nel primo pomeriggio del 2.0, aumentando sempre piú l'attività esplosiva con il lancio anche di materiale incandescente, accompagnato da « uno scoppio spaventoso » si fratturò il Gran Cono, nel versante sud-occidentale, a una quota intorno agli 8-900 metri. La corrente di lava che ne scaturì si diresse inizialmente verso Resina, per poi, deviare su Torre del Greco.
1737-1761
Il Vesuvio dopo il parossismo del 1737 ebbe il condotto ostruito e pertanto mancò un'attività esterna che riprese, previa riapertura della bocca, nel 1744.
Attività continua ad intensità variabile tra debole e moderata, con esplosioni a materiale incandescente nel periodo 1745-50.
1751
il 25 ottobre 1751 si ebbe la fratturazione del Gran Cono, con formazione di bocche alla base della frattura. Dalle bocche sgorgò copiosa colata lavica che si diresse verso Boscotrecase per deviare, poi, verso il Bosco di Ottaiano.
1754-55
Dal 2 dicembre 1754 al 17 marzo 1755; eruzione con bocche eruttive che si aprirono nella stessa zona. Le lave si diressero verso Ottaviano, Boscoreale e Boscotrecase.
1759
Il 28 marzo 1759, dopo lievi scosse, sprofonda il conetto. Dalla voragine originata dal collasso travasa lava in seguito alla risalita del magma.
1760
I1 23 dicembre del 1760, una frattura radiale di apri a 3 km a Nord-Ovest di Boscotrecase sul fianco Sud del Somma; si formarono quindici bocche, tutte in attività ed allineate; fu emessa grande quantità di lava. I1 29 dicembre sprofondò il cono del cratere centrale "tappando" il camino; si verificarono alcuni sbuffi di cenere e poi l'attività divenne molto debole.
1766
Lanci di scorie e brandelli lavici; il giorno 27 si riversò lungo il pendio esterno occidentale una corrente lavica. La corrente si divise in due ed avanzava verso Portici. L’undici aprile apparvero le bocche effusive.
1767
Il 13 ottobre si ebbe intensificazione di attività esplosiva alla bocca centrale, divenuta tanto violenta da essere rilevata anche da Napoli attraverso i forti colpi ed i tremiti delle imposte. Nella notte tra il 19 ed il 20 ottobre il Gran Cono si fratturò e la colata si diresse verso il centro abitato di San Vito per poi deviare verso S. Giorgio a Cremano fermandosi a poca distanza dall’abitato. Un’altra corrente era diretta verso Torre Annunziata ma era di scarsa portata. Molta cenere cadde su Napoli e l’eruzione cessò verso il 26 del mese.
1771 al 1776
Il 1 maggio 1771 si ebbero fenomeni esplosivi e sul versante esterno settentrionale si aprì una bocca effusiva. Negli anni successivi se ebbero diverse effusioni laviche.
1779
L’8 agosto alle ore 20 si ha improvvisamente la formazione di un’alta colonna di fuoco; si ebbe cioè, una fontana di fuoco ed il materiale ricadente rivestì di masse incandescenti non solo il Gran Cono, ma anche parte del Somma. Pioggia di ceneri cadde anche in Ottaviano. Intorno alla colonna guizzavano scariche elettriche. Il 9 agosto riprese l’attività esplosiva che provocò una caduta di cenere e di acqua bollente nei paesi vesuviani. Le ceneri caddero sino a Foggia.
1790
Nel 1790 si aprirono due bocche una sul versante meridionale e l’altra su quello occidentale. Da entrambe le bocche scaturì lava.
1794
Dopo forti terremoti, il 15 luglio, alle 22, una potente esplosione di cenere si verificò nella parte sommitale del cratere, poi una larga fessura di 50 m si apri sul fianco Sud-Ovest, su cui si formarono quattro bocche. Da una quinta bocca uscí un fiume di lava che alle 6 del mattino successivo minacciò Torre del Greco inghiottendo buona parte dell'abitato. La quantità di lava emessa fu di 27 milioni di metri cubi.
1804
Il conetto si squarciò e diede origine ad efflussi lavici che invasero la piattaforma craterica e si riversò all’esterno dando origine ad una colata che si arrestò alle falde occidentali dei Camaldoli.
1805-1820
Ripetute velocissime colate laviche che invasero la zona dei Camaldoli; successivamente si ebbero episodi eruttivi relativamente modesti nel 1810 con colate laviche verso Ercolano, Boscotrecase ed Ottaviano, nel 1812 con lave verso Torre del Greco, nel 1817 verso Ottaviano; 1819 fratturazione nord occidentale del interessante il Gran cono con formazione di bocche effusive ; in una bocca si gettò il francese Louis Coutrel, per suicidarsi1820 leve verso l’Eremo.
1822
E’ considerata la più forte eruzione del secolo. 21 ottobre effusione lavica intracraterica; la lava si divise in due rami: uno si diresse verso l’Eremo, l’altro verso Resina e Torre del Greco. Il 22 ottobre ci fu lancio dal cratere di scorie e brandelli lavici. La colonna di fuoco era alta circa 700 metri; si osservano scariche elettriche tra la colonna ed il nuvolose di sabbia formatosi nel corso della notte. Il 24 ottobre per cambio di vento ci fu caduta di ceneri e sabbia nei villaggi a SE; si temeva il crollo dell’intero Gran Cono sconquassato per le molteplici bocche apertesi sul suo dorso. Infatti risulta decapitato di circa duecento metri.
1834
Il 28 agosto si squarcia il cono secondo la direzione orientale con bocche a diversa altezza. La lava raggiunse le pendici del monte dirigendosi verso Poggiomarino. La caratteristica di questa eruzione è la formazione di numerosi conetti soffianti nel cratere detti “voccolilli” (piccole bocche).
1839
Dal 1 al 5 gennaio una eruzione che formò un piccolo cratere produsse colate laviche verso Resina e Boscotrecase.
1850
Dal 5 febbraio al 2 marzo; da una frattura a nord del gran Cono uscì una imponente colata lavica (9000 metri di lunghezza) che si diresse verso Boscoreale; ci furono danni alle coltivazioni a Torre Annunziata ed Otttaviano.
1855
II 1° maggio 1855 il Gran Cono subí una fratturazione sul lato nord, dalla base della quale sgorgò una piuttosto minuscola corrente lavica, mentre alla bocca esplosiva si avevano proiezioni relativamente scarse di masse frammentarie incandescenti.
Nell'Atrio del Cavallo si formarono nuove bocche tutte progressivamente esplosive. Da esse si ebbero distinte emissioni che poi, unitesi, dettero luogo ad una copiosa corrente che raggiunse Massa di Somma e S. Sebastiano al Vesuvio.
La lava il giorno 5 si arrestò quasi ai margini delle contrade. Ma il giorno 6 una nuova corrente si suddivise in due rami, di cui uno proseguí verso S. Giorgio a Cremano e l'altro lungo il medesimo percorso della precedente corrente.
Le lave, relativamente abbondanti e veloci, seguirono ancora il loro corso minacciando ancora Cercola, ma si fermarono definitivamente nello stesso giorno senza raggiungere il centro abitato.
Il cratere non ebbe alcuna patte in questa eruzione. Non si ebbero manifestazioni esplosive né iniziali né terminali. L'attività esplosiva piuttosto vigorosa, ma non eccessivamente, fu limitata a quella che andò svolgendosi alle bocche effusive dell'Atrio del Cavallo.
1858
Il 28 maggio 1858, sei fessure radiali si aprirono nel settore Nord-Ovest del vulcano, da cui uscirono alcune colate di lava. Una di esse invase il Fosso della Vetrana, il Fosso Grande e il Piano delle Ginestre; furono emessi 120 milioni di metri cubi di lava. Questa attività ha fornito le belle lave a corda a monte della chiesetta barocca di San Vito. Quando le effusioni cessarono nel 1861, nel cratere cominciò un'attività costituita prevalentemente da getti di scorie.
1861
L'8 dicembre 1861, alle ore 15, dopo numerosi terremoti, a 2 km a Nord-Est di Torre del Greco, si apri una frattura visibile fino al mare. Nella parte superiore della frattura si formarono 12 bocche eruttive e una donna che sventuratamente si trovava sul posto fu uccisa. Getti di lava fluidissima formarono una barriera circolare. La gente presa dal panico fuggì. Verso la metà della notte, la lava si mise a colare verso Ercolano e Torre del Greco, poi si arrestò alla fine di dicembre. Numerose abitazione furono distrutte, la costa si elevò di un metro. Alla fine dell'eruzione, gli abitanti constatarono delle emanazioni di anidride e ossido di carbonio dai pozzi e dalle cantine.
1868
Dal 15 al 20 novembre; l’eruzione è caratterizzata da una voluminosa colata lavica che invase le campagne di San Vito e Cercola. Danni per 500.000 lire.
1872
Il 26 aprile 1872 dal settore Nord-Ovest del vulcano si aprì una fessura da cui sgorgarono circa 20 milioni di metri cubi di lava che invasero l'Atrio del Cavallo e impedirono la "ritirata" a venti spettatori imprudenti che morirono miseramente; due lapidi in loro memoria sono ancora visibili sul muro di cinta dell'Osservatorio vesuviano. Il fiume di lava si divise in due bracci nel punto di incontro con la collina dell'Osservatorio vulcanologico. La colata di Nord passò attraversò il Fosso della Vetrana e il Fosso Faraone distruggendo i centri abitati di Massa e S. Sebastiano al Vesuvio.
Il secondo braccio di lava discese a Sud dell'Osservatorio; i vulcanologi che lavoravano nell'edificio, tra cui anche il direttore, Luigi Palmieri, furono circondati dalla massa di lava incandescente e quindi rimasero isolati per quattro giorni.
Terminata l'attività effusiva, il 27 aprile, alla sommità del vulcano si ebbero delle esplosioni spettacolari. Il 1 ° maggio il cratere sprofondò, dando luogo ad una caldera, e il vulcano entrò in quiescenza. Il cratere era diviso in due da una specie di muro “ciclopico”.
Seguirono numerose eruzioni di minore importanza nel 1874, dal 1880 al 1883, dal 1885 al 1886, dal 1891 al 1894, dal 1895 al 1899, in cui si formò una cupola lavica di 160 metri di altezza chiamata Colle Umberto.
1901
Alle ore 21 del 15 febbraio ci fu attività esplosiva con lancio di materiale scuro frammisto a brandelli di lava. La grande violenza durò all’incirca un’ora e fu accompagnata da continui tremiti vivaci.
1906
Il 27 maggio 1905, si manifestarono lente effusioni subterminali, accompagnate da una forte attività di vapore nel cratere. II 1° aprile 1906 si ebbero lanci di brandelli di lava. L'eruzione si divise in tre fasi.
La prima.fase, caratterizzata da una attività mista, durò dal 4 all'8 aprile. I1 4 aprile al mattino, una fessura radiale si apri sul fianco Sud, ad un livello piuttosto elevato sul Gran Cono da cui si riversò una colata di lava.
Nella notte dal 4 al 5 aprile la frattura si ingrandí; verso mezzanotte una seconda colata di lava sgorgò ad una temperatura di circa 1050° C.
I1 6 e il 7 dello stesso mese i fianchi della montagna si aprirono a 600 m di altitudine e dalle fessure fuoriuscirono due correnti laviche larghe rispettivamente 200 e 50 m, che distrussero particolarmente Boscotrecase (furono distrutte un centinaio di case della frazione Oratorio e una colata penetrò nell'interno della Chiesa di S. Anna) e si fermarono a 10 metri dal cimitero di Torre Annunziata (8 aprile 1906). Durante questo periodo, il cratere centrale fu sede di un'attività esplosiva che divenne forte durante la notte dell'8 aprile. Ceneri e proietti caddero in abbondanza su Ottaviano e S. Giuseppe Vesuviano; le ceneri raggiunsero lo spessore di 1,25 m facendo crollare numerosi edifici e impedirono per alcuni anni quasi tutte le colture. La volta della parrocchiale di S. Giuseppe Vesuviano crollò causando la morte di oltre 100 persone.
La seconda fase si ebbe 1'8 aprile e fu un'attività essenzialmente gassosa. La montagna tremò fortemente ad intervalli di tempo sempre piú brevi. Nella notte dell' 8 alle 3,30, sorse dal cratere una "fontana" di gas e di lava, dotata di enorme energia, che raggiunse un'altezza di 600 m. Dopo mezzogiorno le ceneri salirono a 13.000 m d'altezza. Bagliori attraversarono il pennacchio di polveri; la forza e la velocità dei gas raggiunsero i 500 metri al secondo; la loro temperatura era di 400° C. Il volume totale dei prodotti volatili emessi fu di 3.600 km cubi. Questa forza incredibile erose le pareti del cratere che sprofondarono. Questa, fase che rappresentò anche il punto culminante dell'eruzione, durò 18 ore.
La terza fase, ultima per questa eruzione, caratterizzata soprattutto da esplosioni di cenere, si ebbe dal 9 al 22 aprile. Il 13 e il 14, il cono del Vesuvio si ricoprí di ceneri bianche ricche di solfati. Gli abitanti credettero che fosse nevicato. L'accumulo di ceneri sui fianchi del vulcano fu talmente vistoso che dette origine, nel corso delle piogge che accompagnano molto spesso le grandi eruzioni, a colate di fango (lahar) che danneggiarono gravemente Ottaviano.
L'eruzione del 1906 decapitò la sommità del Cono la cui altezza si abbassò di parecchie centinaia di metri. I1 cratere raggiunse gli 800 m di diametro. 1 danni provocati dalle colate di lava furono poco importanti, mentre ingenti furono quelli provocati dalla caduta delle ceneri e dei proietti.
Il Vesuvio rimase calmo fino al 1913. Il 5 luglio di quell'anno, il cratere si riempí di lava che traboccò e si verificarono delle esplosioni di ceneri alla sommità. Il vulcano ebbe dei periodi di attività e di riposo fino al 1929.
1929
Il 2 e il 3 giugno 1929, le effusioni di lava che erano intermittenti aumentarono fortemente. I1 cono di scorie centrale si spaccò sul lato, la lava traboccò e ricopri il fondo della Valle dell'Inferno. Dopo un giorno l'attività divenne piú intensa. Il 4 giugno gli espandimenti della lava incandescente minacciarono le località abitate. 1 paesi di Pagani e Campitelli furono totalmente distrutti. Questa catastrofe sarebbe potuta essere evitata. In effetti, la lava distruttrice veniva, come si è già detto, dalla Valle dell'Inferno. Una piccola difesa artificiale era stata costruita all'ingresso del Vallone Grande che conduceva ai due paesi distrutti. Il Rittmann aveva proposto alle autorità di rinforzare la barriera, ma invano. Se si fosse ascoltato quel consiglio, la lava sarebbe stata deviata e sarebbe andata a perdersi nei campi di scorie non abitati che si erano originati durante le eruzioni del 1834 e del 1906.
Alle 4,10 del 4 giugno, dalla parete Sud del Gran Cono, usci una lava molto liquida perché molto ricca di gas; si verificarono, inoltre, lanci di fontane laviche che raggiunsero alcuni metri di altezza; i gas esalavano con forte sibilo.
Una grande colata di lava avanzò con una velocità di 10 m al secondo e scese lungo i pendii del vulcano; 80.000 metri cubi di vecchie rocce e di ruderi furono trascinati sul fronte della colata. All'incirca 6 minuti dopo la fase culminante dell'effusione, le esplosioni raggiunsero il loro massimo, forando la parte superiore del camino vulcanico.
Alcune fontane di lava furono lanciate ad oltre 60 m di altezza. In alcuni momenti la lava traboccò e colò a tutta velocità sui fianchi del Gran Cono. Il lago di lava raggiunse una temperatura di 1.400° C. Le fontane di lava raggiunsero i 1.150° C. Il 5 giugno alle 4,30, le fontane di lava sempre piú violente proiettarono blocchi pesanti molti chili a 1.200 m di altezza e fino a 3 km di distanza. L'8 giugno l'eruzione si arrestò dopo una durata di un centinaio di ore e gli studiosi calcolarono che fossero stati espulsi 12 milioni di metri cubi di lava e 1,5 miliardi di metri cubi di gas.
Nell'attività del 1929 si possono distinguere quattro fasi identiche, ciascuna cominciata con effusioni di lava terminata con esplosioni e con fontane di lava.
Nei mesi che seguirono, poiché il camino non era piú tappato, i gas esalavano tranquillamente e ritmicamente.
1933
Per molti mesi consecutivi, nel 1931 e 1932, scomparvero dalla bocca i bagliori notturni e ogni traccia di incandescenza.
Nella prima settimana del febbraio 1933 ebbe inizio un periodo sismico con parecchie decine di scosse al giorno, tutte registrate ai sismografi dell'Osservatorio, e molte furono avvertite nella zona Eremo-Osservatorio ed anche piú in basso, con intensità variabile dal 3° al 5° grado della Scala Mercalli.
Nel maggio successivo cominciarono a riaccendersi saltuariamente vivaci chiarori notturni e a ripetersi le forti esplosioni accompagnate da abbondante scarico di materiale luminoso, anche di giorno, talvolta intercalate da lunghe soffiate sibilanti per la durata di qualche minuto.
Il giorno 3 giugno un largo fontanile si aprí alla base Sud-Ovest del conetto eruttivo, da cui le lave irruppero abbondanti e invasero rapidamente tutta la metà orientale del cratere. Queste lave, dopo qualche giorno, iniziarono la discesa verso la Valle dell'Inferno con grandi cascate di blocchi incandescenti. Ma, data la loro viscosità e la temperatura relativamente bassa, il 31 agosto, dopo circa tre mesi di efflusso continuo, non avevano ancora raggiunto il centro della Valle dell'Inferno. Però, un ramo di queste lave, verso la fine di luglio, invase e distrusse per circa 150 m la testata della Strada Matrone, carrozzabile che conduce da Boscotrecase all'orlo Est del cratere.
Nella Valle dell'Inferno la lava ristagnò e raggiunse circa 70 m di altezza, formando dei domi superficiali senza "radici".
1944
Prima dell'eruzione del 1944 ben diverse erano le emozioni che si dovevano provare a contatto diretto con i gas e la lava incandescente emessi dal vulcano.
Anche la morfologia del cratere era diversa dall'attuale. All'estremità del gran Cono, nell'interno del cratere, era presente un piccolo conetto da cui avveniva la degassazione normale del vulcano. Anzi, pare che proprio il crollo di questo conetto, essendosi verificata l'ostruzione del condotto, avesse preparato la fase eruttiva caratterizzata da vistosi efflussi lavici sgorganti direttamente dalla bocca terminale.
Il 18 marzo alle ore 14, l'attività sismica diventò piú forte; due ore dopo il camino si apri con possenti esplosioni a cui successero colate di lava. Le lave fuse riempirono il cratere e poi traboccarono durante tre giorni formando numerose colate. L'espandimento piú importante ricoprí il fondo dell'Atrio del Cavallo e discese la valle compresa tra la collina dell'Osservatorio e l'estremità Ovest del Somma. La sua velocità fu di 100 m all'ora. Il 21 marzo la cittadina di S. Sebastiano al Vesuvio e il paesino di Massa furono distrutti. Una piccola colata discese il pendio Ovest del vulcano, inghiottí la funicolare e passò sui binari dell'antica ferrovia a cremagliera. Una terza colata si diresse verso Sud. Durante questo periodo il cratere centrale fu sede di fortissime esplosioni. In questa occasione il Governo Militare Alleato si adoperò validamente nel portare aiuto alle popolazioni del Vesuvio colpite e provate già dalle gravi calamità della guerra. La prima fase dell'eruzione (iniziata alle ore 16 del 18 marzo) terminò alle ore 17 del 21 marzo.
La seconda fase, detta delle fontane laviche, caratterizzata da violenti ripetuti sollevamenti della colonna ignea fino a oltre 1 km di altezza, ebbe brusco inizio alle ore 17 del 21 e cessò alle ore 12 del 22 marzo. Durante tale fase i proietti, che raggiunsero le piú alte quote, probabilmente intorno ai 5 km, per azione del vento furono trascinati verso Sud-Est e si riversarono nella zona di Angri e Pagani, ossia a oltre 16 km dall'asse eruttivo. Furono distinte 8 fontane, ciascuna delle quali ebbe una durata inferiore all'ora, ad eccezione dell'ultima che durò oltre 5 ore.
La terza fase, detta anche delle esplosioni miste, ebbe inizio alle ore 12 del 22 marzo, senza alcuna pausa nell'attività ma con un mutato carattere delle esplosioni. 1 lanci furono costituiti da proietti scuri e incandescenti e si notò una sempre crescente prevalenza di cenere. Le ceneri assunsero forma di pini e con ampie volute si elevarono fino ad altezze non inferiori ai 5 km; sotto l'azione dei venti esse furono convogliate fino a notevole distanza dall'asse eruttivo e la caduta di cenere sottilissima fu osservata anche in Albania, a circa 500 km.
La quarta fase, detta anche sismo-esplosiva, si manifestò dalle ore 14 del 23 fino al 29 marzo, con ripetizione intermittente di crisi sismiche ed esplosive a intensità decrescente fino alla completa scomparsa.

